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Autore: 1455845@aruba.it Creato: 06/07/2006 16.59
Possibilmente parliamo di jazz...

Da 1455845@aruba.it il 30/04/2008 1.35

una allieva mi ha scritto che, alla fine di un lavoro commerciale, si sente intimorita pensando al proprio futuro. Posso capirlo perfettamente: il musicista jazz, in italia. lavora solo se ha dietro un plutocrate, un politico o un esponente del clero. Tutti gli altri, circa il novanta per cento, devono offrire la loro abilità strumentale nel campo della musica commerciale oppure dedicarsi all'insegnamento. L'imperativo è sempre lo stesso: 'conosci te stesso'. Può darsi che fare il galoppino ad un politico, un plutocrate o un vescovo, ti sia congeniale. Così come è possibile che stai bene e ti diverti a suonare con gli esponenti della canzone commerciale e che, invece, trovi frustrante l'insegnamento. Bisogna capire cosa è giusto per sè stessi. Conosco tanti musicisti che fanno altri lavori, per avere la libertà di suonare solo ciò che piace a loro. Altri hanno fatto scelte diverse. Escludendo i raccomandati, dei quali ho già detto, le migliori carriere le ho viste fare a chi ha saputo giostrarsi fra il jazz, la classica, la musica commerciale e l'insegnamento. Ma più del talento, la preparazione e la versatilità, conta la capacità di allacciare e mantenere il rapporto con chi può dare lavoro. 

Da 1455845@aruba.it il 04/04/2008 8.52

la prima contaminazione della storia del jazz è stata l'orchestra, che è antitetica al pensiero del musicista jazz. Questi vuole essere considerato un concertista - compositore - improvvisatore, mentre l'orchestra ha bisogno di strumentisti ubbidienti ed allineati, ovvero degli orchestrali. Quando John Coltrane accetta di suonare con Earl Bostic, lo fa per guadagnare qualche soldo, non certo per esprimersi. Ed anche se si chiama John Coltrane, nel momento che fa l'orchestrale, è uno strumentista e non un musicista jazz. Molti musicisti jazz per garantirsi un futuro, ed una pensione, hanno accettato di fare parte di una orchestra, come quella della rai . Spesso hanno smesso di suonare jazz, altre volte hanno resistito, ma il loro unico obiettivo era di passare una serata diversa, imitacchiando qualche incisione particolarmente gradita. Il jazz autentico vuole tutti comprimari e questo è possibile dal solo fino al sestetto. Dal solo pianoforte di Jerry Roll Morton a quello di Keith Jarrett, dal sestetto di New Orleans a quello di Benny Goodman, da quello di 'Kind Of Blue' ai sestetti di oggi ed ovviamente in mezzo ci sono il duo, il trio, il quartetto ed il quintetto.        L'orchestra è, e rimane, una contaminazione amata dai plutocrati, politici e cardinali, per ovvie ragioni.

Da 1455845@aruba.it il 06/03/2008 12.52

il problema con i giornalisti che scrivono di jazz è che, essendo impreparati, contribuiscono ad alimentare l'ingiustizia che regna in questo piccolo mondo. ovviamente si può obiettare che comunque contribuiscono a diffonderlo presso il pubblico più grosso... bisognerebbe stabilire se è maggiore il 'pro' o il 'contro'... resta però insopportabile qualcuno che si esprime dicendo "la migliore sezione ritmica dell'universo" ed altre scemenze da bar dello sport...

Da 1455845@aruba.it il 04/02/2008 14.35

giuly, non ho idea cosa sia una tesi di maturità... sono docente di conservatorio, ma bisogna essere già in possesso di un diploma per studiare con me... il mio suggerimento, visto che sei una clarinettista ed il clarinetto è il mio strumento a fiato preferito, è di fare una tesi su Benny Goodman, non solo come musicista jazz, ma come personaggio culturale a cavallo degli anni trenta e quaranta. Ciò interessa sia la storia che la letteratura anglo-americana e tocca vari argomenti. Per esempio, Goodman fu il primo a presentare apertamente gruppi integrati mettendo sul palco, accanto a lui, alcuni dei più grandi musicisti neri dell'epoca: Teddy Wilson, Lionel Hampton, Charlie Christian, Fletcher Henderson. Così come volle misurarsi con i concertisti classici per fare capire come fosse alto il livello strumentale dei musicisti jazz. Ancora, aiutò Bela Bartok commissionandogli un lavoro che incise con lo stesso Bartok al pianoforte. E' presente in molti film, fra cui il divertente "A song is born", da noi ribattezzato "Venere ed il professore". Ed il film della sua biografia è forse l'unico accettabile fra tutte le biografie cinematografiche dei musicisti jazz.

Da 1455845@aruba.it il 15/01/2008 7.51

in europa, si è sempre accettato un musicista che abbia poco o niente swing, purchè il suo prodotto sia di buon livello. è giusto così, perchè il pubblico europeo, in generale, non cerca di individuare lo swing. accettare, ad esempio, george shearing, ha una sua logica: è un eccellente pianista e musicista, lo swing è appena accennato, ma la sua classe compensa questa sua lacuna per molti ascoltatori. in realtà, anche alcuni statunitensi non hanno fatto dello swing una componente essenziale del loro lavoro. e molti hanno suonato o cantato con colleghi senza swing, la cui capacità musicale è fuori dal comune: vedi louis armstrong e barbra streisand. Si può affermare con ragionevole certezza che lo swing coincide con la pronuncia jazz. pertanto un musicista dalle forti radici classiche fa fatica a produrre swing. ma, senza arrivare a mettere perlman con oscar peterson o kiri katanawa con ray brown, la contaminazione può risultare interessante. la famosa frase di duke ellington va ritoccata: non è detto che non significa niente, se non ha swing. così come non è detto che un europeo abbia meno swing di uno statunitense. anche pensando solo all'italia: franco d'andrea, enrico pieranunzi e antonio faraò producono swing quanto e più di uno statunitense. e se penso all'altra nazione europea che conosco abbastanza, la gran bretagna, aggiungo che nessuno, e sottolineo nessuno, può insegnare a fare swing a musicisti come victor feldman, stan tracey o gordon beck. by the way, niels pedersen, dave holland e george mraz 'swingavano duro' anche nel loro paese nativo.

Da 1455845@aruba.it il 01/01/2008 14.18

sono andato ad ascoltare un concerto di una mia ex allieva e mi sono sorbito un'ottima esibizione di jazz commerciale. il jazz commerciale è sempre esistito, da paul whiteman a glenn miller a chi vi pare..., la sua formula è semplice: ridurre o eliminare l'improvvisazione. ora, per uno che è cresciuto con 'kind of blue', 'the shape of jazz to come', 'my favorite things', 'sunday at village vanguard' e che ha per coetanei musicisti che hanno definito il jazz sinonimo di libertà, ascoltare un concerto di jazz commerciale con i suoi arrangiamentini dal gusto discutibile, è penoso. Ammetto che i musicisti erano ottimi, che i suoni erano belli, che la mia ex allieva sapeva tutto a memoria per benino, ma preferisco il jazz autentico con tutto il suo disordine ed il suono "dirty"... e soprattutto con il suo desiderio di libertà.

Da 1455845@aruba.it il 30/12/2007 6.37

ci ha lasciato oscar peterson... i musicisti jazz si dividono in tre categorie: i musicisti jazz propriamente detti come Thelonious Monk, gli strumentisti che sanno suonare un pò di tutto come Oscar Peterson e chi tenta di coniugare le prime due categorie come Bill Evans. Apparentemente l'ultima categoria è la più completa, ma il risultato non è garantito. oscar peterson era il più grande degli strumentisti perchè era umile. non a parole, anzi era molto permaloso... ma era umile nell'agire, che è molto più importante. Ha accompagnato e benissimo, decine di grandi figure del jazz senza neppure prendere un assolo. Probabilmente il suo meglio è in compagnia di Milton Jackson e Ray Brown. una loro ultima incisione, con oscar limitato dall'artrosi della mano sinistra, è ancora il meglio dello "straight jazz".

Da 1455845@aruba.it il 26/11/2007 7.00

mi sembra inutile parlare male dei musicisti. Per fare capire l'estraneità dei musicisti al tessuto sociale italiano, cioè la loro emarginazione, un compositore di musica contemporanea, se ben ricordo... Franco Donatoni, si presentava al Maurizio Costanzo Show vestito da "pellirossa". Ma giovanni allevi è troppo visibile e risibile per non spenderci qualche parola. Imita il primo Keith Jarrett, quello degli anni '70, con un centoventottesimo di tecnica strumentale e conoscenza musicale. Insomma ancora meno di quanto facessero i pianisti della "new age". allevi si presenta come uno scemo e si vanta di scrivere, notina per notina, le sue sonatine per principianti. Sembra che dietro ci siano jovannotti, il vaticano e comunione e liberazione al completo. Non so quanto sia vero, ma basta questo per costruire una tale "bufala"? Non è forse determinante che in italia pochi hanno una educazione musicale e che quasi tutti si rifiutano di riconoscere che la musica è una cultura, un sapere?

Da 1455845@aruba.it il 22/11/2007 15.51

chi scrive di jazz sulle riviste italiane, ha una approssimata conoscenza storica e di solito se ne vanta... l'ultima scemenza che ho letto riguarda gli standards di origine italiana... il nostro afferma che l'unico è "Estate" di Bruno Martino... l'autore lo aggiunge lo scrivente: dubito che l'apprendista giornalista in questione, sappia chi l'ha composta... in realtà, ci sono numerose canzoni del repertorio jazz composte da italo-americani come Peter De Rose, Harry Warren (Salvatore Guaragna), Henry Mancini ed altri... ma anche restando solo a brani composti in italia, va notato che da Jelly Roll Morton che provò ad usare il 'Miserere' di Verdi, sono numerosi i brani assorbiti dagli statunitensi, ancora più numerosi se consideriamo anche l'america latina. Lo standard nasce spesso in maniera curiosa, ad esempio, "just a gigolò" è una canzone italiana degli anni trenta, ma il successo è dovuto al testo tedesco che gli anglo-americani hanno tradotto alla lettera. Thelonious Monk ha amato molto questa canzoncina e si capisce che improvvisa proprio sul testo. Il cinema è la sorgente più ricca da dove nascono queste celebri canzoni. 'More' di Riz Ortolani era un canto di nozze dal film "Mondo Cane", così come la bella "Autumn In Rome" era dal film 'Stazione Termini' di Vittorio De Sica. Mentre "I Want To Be Wanted" composta dallo sfortunato Pino Spotti ( autore anche di "Le Tue Mani"), deve il suo successo all'eccellente testo americano. "Softly As I leave You" di Tony De Vita, in italiano s'intitola "Piano" e non le ha reso giustizia una Mina un pò acerba e piagnucolosa.... a seguire...

Da 1455845@aruba.it il 12/11/2007 16.34

un giorno mi chiamò il proprietario di un noto jazz club, giampiero rubei, e mi disse che volevano un pianista jazz al "bar della pace", vicino piazza navona, per un happening organizzato da achille bonito oliva. Mi precipitai con tutte le mie raccolte di brani ed arrivai con notevole anticipo. Nel bar non c'era nessuno e pertanto entrai nel retro dove trovai una bella ragazza completamente nuda. Arretrai, scusandomi, imbarazzato e dissi che mi avevano detto che il locale cercava un pianista. Lei mi urlò - ormai ero rientrato nel bar - che lei era la cantante: stava giusto aspettando che arrivasse il vestito. Da dietro la porta, le chiesi che canzoni voleva cantare. Rispose: "Me, Myself and I" e "My Mother's Eyes". Le avevo sentite qualche volta da Billie Holiday e da Jimmy Rowles che amava cantare anche se, più che una voce, aveva un sospiro. Non avendo la trascrizione dei brani, pensai di provare a ricordare qualcosa al pianoforte. Poi, aggiunsi mentalmente, lei mi canta la melodia e qualcosa riuscirò a mettere su. Alzai il coperchio del verticale appoggiato al muro e vidi che la tastiera contava pochi tasti e non produceva alcun suono. Mi riavvicinai alla porta del retro e chiesi speranzoso se il pianoforte arrivasse più tardi. La ragazza rispose che credeva che il pianoforte era quello del bar. Ribattei che non suonava e lei di rimando:"...ah, questi pianisti...". Attesi l'arrivo di qualcuno, sperando che la ragazza non fosse informata. Arrivò il proprietario che mi confermò che il pianoforte era quello del locale. Nel frattempo era arrivato il "vestito": due stelline per i capezzoli ed una stella un pò più grande per il pube. Presi i miei libri e me ne andai. Rubei mi fece sapere che gli avevano telefonato chiedendogli che razza di pianista aveva mandato...